• Frase del giorno

    "Si fa così da anni" è la confessione che il sistema non funziona. William Edwards Deming   

 Le tecnologie stanno evolvendo verso paradigmi internet delle cose che fondono la collaboration tra diversi ambienti. Il paradosso è che anche le tecnologie base della collaboration aziendale, anche quelle ormai consolidate e che danno benefici noti in letteratura, riscontrano un'adozione deludente.

 

Collaborare meglio in azienda con colleghi e clienti, grazie a nuove piattaforme: un racconto dal sapore dolce amaro. Venato da alcuni paradossi storici che adesso si fanno ancora più scottanti.

Da una parte, infatti, le tecnologie stanno evolvendo verso paradigmi internet delle cose che fondono la collaboration tra diversi ambienti. Tra persone e oggetti in azienda; tra dipendenti e clienti, tutti messi sullo stesso piano. E queste tecnologie cominciano a essere adottate dalle aziende più innovative. Dall’altra, il paradosso è che anche le tecnologie base della collaboration aziendale, anche quelle ormai consolidate e che danno benefici noti in letteratura, riscontrano un’adozione deludente. In particolare nelle Pmi; non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo, come riflettono diversi osservatori di ricerca consultati da Nova24 (Politecnico di Milano, EY, Idc). Non solo, paradosso nel paradosso è che in certi casi i dipendenti snobbano le tecnologie fornite dall’azienda per poi usare app terze parti e non strutturate con il resto dei sistemi aziendali (Slack, Google Apps…). Una forma di “consumerization” e “bring your own technology” sta investendo insomma anche la collaboration nelle aziende. Insomma, le tecnologie di collaboration soffrono del doppio dramma di essere snobbate o di rischiare di essere fruite in un caos poco regolato. E dai benefici dubbi, soprattutto una volta che cresce la scala di utilizzo o la sua complessità. Nei numeri si riscontra quindi che ancora, nonostante siano passati molti anni, la collaboration non ha fatto il boom nelle aziende. In Italia il mercato continua a crescere in modo graduale, secondo Idc, a 400 milioni di euro nel 2016, contro i 380 del 2015 e nel 2017 sarà intorno ai 430 milioni. Dati degli Osservatori del Polimi dicono che alcune tecnologie in particolare, sebbene presenti (e quindi acquistate) giacciono spesso inutilizzate in azienda. Il 49 per cento dei rispondenti (77 responsabili IT italiani) dicono che la web conference è presente ma poco utilizzata. Il valore è al 34 per cento per la “collaborazione asincrona”. Del 25 e del 29 per cento per tecnologie, comunque poco diffuse, dell’enterprise social network e blog/forum aziendali. Il tutto mentre le tecnologie in effetti evolvono, «verso due paradigmi; smart building e activity based management (abm)», dice Daniela Rao, di Idc. Nel primo caso ci sono casi di studio come Philips, dove le piattaforme di collaboration sono integrate con i sensori diffusi dell’internet delle cose nel palazzo dell’azienda e nei magazzini. E i dipendenti quindi per esempio possono controllare via app luce, riscaldamento oppure sapere dove si trova un collega (“gps wayfinding”); oppure ci sono algoritmi che in modo autonomo e dinamico regolano consumi, sorveglianza e utilizzo di risorse varie in base al numero di dipendenti che risultano in quel momento presenti/circolanti. L’abm è invece un paradigma che riorganizza la forza di lavoro in workspace tailor-made, con scrivanie condivise, possibilità di prenotazione “on demand”, via app, di spazi e conference room. Un paradigma che include anche il classico lavoro remoto ed è in generale una rottura rispetto ai classici schemi basati su spazi e tempi fissi per le prestazioni lavorative. Al contempo, «cresce il fenomeno dello shadow It, con servizi e dispositivi non riconosciuti o non supportati esplicitamente dall’azienda», aggiunge Emanuele Quintarelli, di EY. «Un secondo trend è la diffusione di modalità di interazione basate su insiemi di app verticali che parcellizzano le funzionalità collaborative, in netto contrasto al paradigma prevalente nel passato del portale inteso come unico punto. Anche questo secondo fenomeno è sollecitato in massima misura dal tipo di esperienza consumer che anche gli utenti professionali oggi desiderano ed anzi pongono come presupposto per l’adozione delle soluzioni enterprise», aggiunge. Secondo EY e Idc non è comunque positiva questa anarchia. «Adlilà della frammentazione dell’esperienza utente, ad oggi le app non rappresentano funzionalmente una soluzione alternativa in tutte (o molte delle) aree della enterprise collaboration. A titolo di esempio, una esigenza non completamente supportata da Slack è quella della storicizzazione e consolidamento della conoscenza strutturata, chiave per molti scenari di utilizzo (si pensi ad esempio al customer service, allo sviluppo di prodotto…)», dice Quintarelli.   «Benché in linea di massima si possa affermare che ecosistemi di applicazioni e soluzioni pensate più per il team che per l’enterprise introducano frammentazione della conoscenza e più difficile gestione nel momento in cui si ha a che fare con migliaia di utenti, non esiste alcuna soglia netta aldilà della quale un modello centralizzato non sia più in grado di rispondere alle esigenze informative e collaborative dell’impresa. Al contrario, partendo da queste esigenze, è possibile definire l’insieme degli strumenti funzionalmente più adeguati, economicamente più sostenibili e con la più bassa barriera di adozione per gli utenti», continua. In sintesi, secondo gli analisti l’approccio giusto alla collaboration, in un’azienda, deve evitare due estremi opposti. L’acquisto dall’alto di tecnologie (come fatto spesso in passato), che rischiano così di restare inutilizzate; la rinuncia a una qualsiasi gestione centralizzata affidandosi alla buona volontà dei dipendenti di usare questo o quel servizio. Invece, bisogna partire per prima cosa dai bisogni di business, espressi dagli utenti che in effetti useranno quelle tecnologie. Quindi, definire la nuova architettura che, «in modo coordinato, bilanci preferenze utente (esperienza tipicamente consumer e app-driven) alla completezza funzionale, sostenibilità nella gestione ed evoluzione dei sistemi nel tempo», aggiunge Quintarelli.

Fonti: http://nova.ilsole24ore.com/esperienze/il-dramma-della-collaboration/   

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